25/06/2009
Lettera A T
Ciao T,
come te la cavi? Sai qui è successo il delirio, ho visto veramente quanti danni possono fare incompetenza e arroganza sapientemente mischiate e sono rimasto disgustato, sfiduciato, e perfino alcune certezze su cui ho costruito la mia breve storia lavorativa sono vacillate, formando delle profonde crepe. Se un giorno di questi hai tempo, mi piacerebbe confrontarmi con te per avere una tua opinione, che per me è sempre stata una di quelle che conta, ma prima voglio farti un breve riassunto dei fatti. Questa è un’azienda che è cresciuta molto negli ultimi anni ed è sempre andata molto bene. Attraverso un sistema di triangolazione dell’acquisto merci dalla Cina, tramite una consociata Svizzera, proprietari e soggetti affini hanno fatto sparire e si sono intascati anche parecchi soldi, ma questo fa parte del business e finché le cose sono andate bene nessuno giustamente ha mai neanche alzato un sopracciglio.
L’anno scorso invece sono stati fatti errori strategici importanti; il nostro management ha cercato infatti di ricollocare senza alcuna cautela i suoi due brand di punta rispettivamente nella fascia alta dei prodotti di lusso e nella fascia bassa della bigiotteria, perdendosi così tutta la linfa dei clienti di fascia intermedia che sono sempre stati i consumatori principali dei nostri articoli e andando a contestare quote di mercato a marchi con molta più storia ed esperienza di noi. Hanno inoltre spinto l’approvvigionamento incontrollato di merce poco attrattiva e innovativa, insensibili a primi segnali chiari di crisi congiunturale e, fino all’ultimo, nessuno ha fatto niente per arginare la qui molto diffusa consuetudine allo sperpero e allo spreco (tra cui le assunzioni, che comprendono anche il sotto scritto e che l’anno scorso hanno appesantito e sovra staffato notevolmente l’organico). Infine, ciliegina sulla torta, a Dicembre è stata acquisita con un pesante sforzo finanziario, un’importante realtà produttiva americana in un ottica di sviluppo internazionale ormai tramontato. Quando si sono svegliati, avevamo i magazzini pieni, le casse vuote, una struttura pesante e inefficiente e un mercato fortemente contratto. Ora tutto ciò è passato e per quanto assurdo, a me non interessa, fatto sta che, dopo aver fatto saltare l’amministratore delegato e il direttore vendite, per sopravvivere, come ti avevo accennato, è stata aperta una procedura di mobilità per circa 90 dipendenti, più o meno il 40% dell’organico. E’ stato anche redatto un documento, ti dico subito condivisibile, che definiva le figure in eccesso per ciascuna area. Nella mia funzione sarebbero potuti esserci rischi di restare a casa, non tanto per la mia posizione professionale, quanto perché basandosi su griglie che tengono conto di anzianità di servizio e carichi famigliari io sono in assoluto il vincitore dei licenziabili.
La reazione, abbastanza ovvia, da parte della popolazione aziendale è stata quella di costituire una rappresentanza sindacale, che fino ad allora non esisteva, e dare il via ad una trattativa che ha compreso anche azioni di contestazione pubblica e scioperi. Io non sono insensibile a chi rischia di perdere il lavoro, ma sono sempre stato consapevole che questa realtà così organizzata non sarebbe potuta sopravvivere, inoltre sono qui per lavorare, non per fare casino, quest’azienda non l’ho sposata e se le cose dovessero smettere di andarmi bene o dovessero farmi fuori, mi cercherei un altro impiego. So che questo è un privilegio della mia condizione sociale e professionale, ma sarebbe stato meschino comportarsi come non lo fosse. Tutto ciò per dirti che sono andato avanti per la mia strada, pagandone anche le conseguenze, perché persone che prima si dimostravano con me molto gentili ed amichevoli hanno smesso di esserlo. Non li giustifico, ma li capisco. Dopo giorni di tensione in cui il sindacato ha fatto il sindacato, cioè è stato ottuso e casinista, i proprietari hanno fatto i ragazzini viziati e offesi, scaricando rabbia a frustrazione sui i loro collaboratori anche più umili (secondo me gente di quel livello che si fregia di carte valoriali e termini come Stile dovrebbe saper gestire situazioni come questa con molta più maturità) e in cui il management, ovviamente debitamente istruito, ha avuto comportamenti assolutamente censurabili, facendo pressione o addirittura minacciando alcune persone partecipanti alla protesta, alla fine si è raggiunto un accordo che prevede la conversione della mobilità in una cassa integrazione a zero ore (nella sostanza resti assunto ma se fuori e percepisci un indennizzo minimo mensile) per un anno (cassa destinata poi a sfociare in una nuova mobilità) e un incentivo di 10.000 € lordi per chi sottoscrive un accordo privato di mobilità volontaria entro il 31 Luglio. Questo succedeva martedì scorso. Mercoledì, una giornata di riunioni febbrili è stato il primo segnale che qualcosa non andava o era stato gestito in modo superficiale. Giovedì è partita la procedura. Scusa se mi sto dilungando, ma voglio descriverti questa giornata infernale. Nessuno viene informato di come operativamente si dovrebbero svolgere le cose. Pronti via, sembra che la comunicazione sia demandata ai nostri cinque direttori di area, il direttore del personale non è presente in azienda (non verrà neppure il giorno dopo), cosa che ritengo e ho ritenuto inaccettabile. Uno di questi comincia a chiamare le persone alle nove, convoca solo chi viene messo in cassa (ci arriviamo per deduzione), un altro comincia alle dieci, convoca invece tutti i suoi e ognuno dice, dentro o fuori, dopo poco parte anche il terzo e fa come faceva il primo. Stanno sostanzialmente licenziando della gente, 90 persone, e ognuno fa a modo suo, nessuna procedura, nessun coordinamento, la tensione sale mentre non sai se ti chiameranno o no e se ti lasceranno a casa o no. Il quarto, il direttore finanziario, a domanda diretta di uno dei suoi collaboratori su quando gli avrebbe dato notizie, risponde: “Adesso non ho tempo, ve lo dico nel pomeriggio!” Io l’avrei appeso al muro senza fargli neanche capire da dove partivano i cazzotti, ma a loro sembra un gioco, solo che non si rendono conto con cosa stanno giocando. L’ultimo direttore addirittura non c’è, si presenterà alle tre per iniziare le operazioni e io starò ad aspettare con alcune persone fino alle sette per sapere quale sarebbe stato il loro destino. Ti giuro sono uscito di qui con le lacrime agli occhi per la rabbia. Ero pronto ad assistere e ad incassare una giornata di tristi esecuzioni, ma necessarie alla sopravvivenza della baracca, ho invece presenziato ad un’inammissibile tortura. Su una simile attività la forma e l’organizzazione sono fondamentali, se non sei in grado di essere impeccabile ma te ne freghi o non ci pensi solo perché stati lasciando a casa ragazzine o innocui impiagati, non sei un manager, e secondo me non sei neanche un uomo, avessero fatto una cosa simile coi taglia gola con cui lavoravo al laminatoio non ne sarebbero usciti vivi. Però non è finita, perché mentre sono lì che giro tra i piani, trasformati in sale d’aspetto per il boia, qualcosa comincia a non tornarmi. La mastodontica struttura marketing che, dalla bozza del piano di riorganizzazione doveva essere pesantemente alleggerita, esce sostanzialmente indenne. L’unica che i geni pensano di metter alla porta è una ragazza che è qui da otto anni e ha due figli, questa è una spacca coglioni, però avendo parità di qualifica di diverse altre persone che tengono è anche un causa civile assicurata. I quadri che qui sono parecchi con stipendi assolutamente fuori mercato sono tutti confermati, nei reparti saltano sistematicamente gli ultimi livelli, i più deboli, quelli che non sono “amici” di nessuno. Chi ha spinto per arrivare a questa situazione e chi non ha fatto comunque niente per evitarla, seppure ne avesse le facoltà, si salva senza conseguenze.
Poi due vere porcate di cui son testimone, un ragazzo sordo muto dell’ufficio acquisti, messo alla porta perché “non sente e non parla, quindi che ce lo teniamo a fare” e una ragazzina in cinta che, tanto, “ha altro a cui pensare”; nel suo sguardo è definitivamente annegata la mia disperata comprensione per ciò che stava succedendo. Questi tra l’altro ce li hanno sulla coscienza anche quei coglioni dei sindacati che non si sono resi conto che barattando una mobilità con una cassa integrazione, hanno ottenuto sotto l’aspetto formale la possibilità di rimandare i licenziamenti di un anno, ma sotto l’aspetto sostanziale hanno dato la possibilità all’azienda di mettere alla porta chi volesse, perché in cassa alla resa dei conti puoi mettere praticamente chi vuoi e anche un eventuale ricorso è molto più difficile da portare avanti. Questi imbecilli hanno in definitiva protetto bellimbusti come me e hanno lasciato inermi coloro che veramente avevano bisogno di supporto.
Alla fine, mi ci sono volute due ore di pallacanestro durissima, una ciuca, una notte costellata di incubi e una rapida analisi il giorno dopo su chi fosse rimasto per realizzare, per capire ciò che veramente è successo. Non è stata una riorganizzazione, è stata una pulizia etnica. Hanno messo fuori esclusivamente i fragili, i deboli, quelli che facevano un lavoro operativo assorbibile caricando a casaccio altri reparti. Chi prende decisioni, chi ha un ruolo di coordinamento o svolge incarichi non meglio definiti ma gode dei favori di qualcuno, insomma chi sostanzialmente ha contributo in qualche modo ad arrivare a questo, è ancora qui, pronto a scaldare la sedia o a fare altri danni semplicemente cambiandosi qualifica. E io che credevo in tutto questo, io che ho tristemente scarificato alcuni rapporti personali qui dentro per difendere tutto questo e che pensavo che anche le vittime innocenti (anche io stesso perché no!) sarebbero state pegno necessario ad andare avanti, oggi mi sento tradito, disgustato, un idiota. Anche senza volerlo mi sembra di aver venduto l’anima al diavolo. Sono incazzato come poche volte lo sono stato in vita mia, e la rabbia non si affievolisce, solo quel po’di sale in zucca che mi è stato trasmesso mi impedisce di alzarmi e andare a rassegnare le mie irrevocabili dimissioni. Mi cercherò un altro lavoro, questo è sicuro, la cosa che però mi chiedo, è se funziona veramente così il mondo? Le aziende funzionano veramente così? Anche se forse non l’ho mai provato sulla mia pelle so che la vita è dura e che nessuno ti regala mai niente, ma non ci sono veramente limiti? C’è chi può fare quello che vuole senza mai pagarne le conseguenze? Perdonami per questo sproloquio, spero di vederti presto, un abbraccio.
Viga
24/06/2009
Impietrito
Devo tenermi stretta la mia rabbia, perché è ciò che mi indica la direzione da seguire, senza sono un miope burattino, a rischio di non distinguere giusto e sbagliato, ma di vederli sbiadire e mischiarsi in un mondo che, se non può essere a colori, almeno sarà bianco o nero, e non grigio. Per fortuna ho qualche amico molto più grosso di me, che non si risente (o almeno non si fa troppo male) se gli vado a sbattere contro con tutta la forza che ho, incanalando disperazione, frustrazione e delusione in un urto violento, sperando così di distruggerle. La mia schiena ovviamente ringrazia. Finita la pulizia etnica, non è rimasta che cenere e più avvoltoi di quanto pensassi. Mi viene in mente il Sergente LoRusso e come si chiude Mediterraneo: “Non ci hanno lasciato cambiare niente... e allora gli ho detto... avete fatto come volevate ma almeno non riuscirete a considerarmi vostro complice.... così gli ho detto e son tornato qui...” Solo che io non ho nessun luogo a cui tornare, la mia isola esiste solo nei mie ricordi, e forse non è mai esistita in realtà, forse mi sono sbagliato e la devo ancora trovare. Forse faccio male ad odiarvi tutti, forse qualcuno non lo merita, ma in questo momento sono pietra, dura, fredda, incapace di provare emozioni, colpitemi pure, ne porterò i segni per sempre, ma anche voi vi farete male. Buona Settimana e Buona Fortuna, ne avremo bisogno.
Viga
19/06/2009
Il Tutto Fatto In Perfetto Stile
Non so da dove cominciare! Cioè, volevo cominciare da dove si comincia di solito, cioè dall’inizio, ma l’ultima scena di cui ho memoria mi ha bloccato il cervello, dopo c’è stato solo rumore bianco, sudore freddo, sudore caldo, cuoio, suole che cigolano, birra, materasso, o era il pavimento, non ricordo, so solo che il mio corpo era pietra su pietra. Vestito ingessato scatto per due piani di scale, sblocco la porta e poi la sfondo, se tocco qualcosa so che lo manderei in pezzi, rimbalzo sulle scarpe di legno rischiando di bucare il pavimento, poi mi inchiodo di botto come uno che è arrivato davanti alle fine del mondo, un’altra porta, stavolta di vetro, che si apre, mi appoggio ad una colonna cercando di non frantumarla…….e il mondo finisce sul serio. No, non è così che doveva andare, deve esserci un errore, hanno cambiato il copione all’ultimo. Dio è già in ferie? Non lo so, magari è solo che se ne frega, comunque non risponde, s’imbosca come una compagnia assicurativa, quella che doveva rimborsarti per quella faccenducola, quel incidente con cui si è polverizzata la tua felicità…..niente di grave comunque, nessuno si è fatto male, e il risarcimento era abbastanza ridicolo, un briciolo di certezza sulla felicità altrui, non che chiedessi molto. Odio tutti! Odio il re e la regina che vivono nel loro mondo di incapacità e piagnistei; la vostra arroganza, sarà la vostra rovina. Odio i nobili, la loro inettitudine e i loro diritti acquisiti ma non conquistati; spero che presto la storia segua il suo corso e vi cancelli come i dinosauri. Odio il popolo e i suoi rappresentanti, troppo impegnati ad attaccare tutto e tutti, per non capire che forse prima è meglio avere chiaro chi si vuole difendere; avrei sostenuto duecentoventi battaglie, voi avete voluto una sola guerra. Ma più di tutti, odio me stesso, perché sono la macchia, l’intruso, il pensiero impuro, era scritto nel buon senso che io sparissi……e invece sono ancora qui a vedere altri scontare la mia colpa. I ricordi a questo punto galoppano rapidamente indietro, a quando ero poco più che un operaio con la laurea, pronto a transitare ossa consumate da troppi allenamenti dal ruvido reparto di una forgia d’alluminio all’ovattato mondo di chi fa del “superficiale” la sua ragione di vita. Poi tante promesse, fatica, tratti di soddisfazione, paradiso, inferno, poi ancora paradiso, prima di tornare sulla terra, quindi puzza di bruciato, paura, rabbia, e ancora terrore…..ho imparato che ci sono cose tremendamente più devastanti da perdere del lavoro. Ora mi guardo in giro, il mondo è spento, uno squallore bianco e nero; questo posto è morto, la cerimonia è finta, il prete se ne è andato e i partecipanti stanno già ritornando a casa in una lenta e straziante processione. Sono di nuovo lì, inchiodato al linoleum, sudo tremendamente, ma il sudore si attacca con le unghie alla pelle e si rifiuta di infrangere la maledizione del momento. Chi sono io? Dove vado? Perché lui, loro, lei? Novantadue persone in meno, un nemico in più, non male come affare. Buon Weekend e Buona Fortuna ovunque siate, ovunque ma non qui.
Viga
07/06/2009
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C’è sempre un motivo per un uomo che corre, perché correre è una di quelle poche cose che si fanno sempre per una ragione, a differenza di altre comuni e quotidiane azioni, come camminare, mangiare, parlare, respirare. E per quanto esteso e inesplorato possa essere il paese dove tali cause nascono e crescono, si può sempre ricondurre il tutto a due semplici e banali motivazioni: si corre per inseguire qualcosa o si corre per sfuggire da qualcosa. E’ tutto qui, dalla notte dei tempi, quando si correva per inseguire la vita o si correva per sfuggire alla morte. Ora è diventato tutto solo più sottile, forse effimero, perché rincorriamo un autobus, un tempo, un traguardo, oppure fuggiamo da una persona, da un temporale, da un groviglio di ricordi. Difficile cogliere la diversità dall’esterno, perché la falcata è la stessa, lo stesso sudore, lo stesso respiro, solo guadandoci negli occhi potresti cogliere la differenza, ma guardare fisso negli occhi un uomo che corre è quasi impossibile. Nelle profondità delle pupille, si mescolano passato e futuro delle persone, ma sareste stolti se pensaste che spesso si voglia sfuggire da qualcosa che ci sta dietro, da ciò che abbiamo fatto, no, la maggior parte delle volte invece si vuole scappare da ciò che ci sta davanti, da ciò che pensiamo finiremo per fare. Molti non lo capiscono, ma i pochi che ci arrivano, sanno che è come una droga, come un liquore maledetto, a centoventi battiti al minuto vedi le cose come vorresti che fossero, a centoquaranta vedi le cose come non sono. Infine oltre i centosessanta vedi le cose come realmente sono e questa è la cosa peggiore del mondo. Non credo più tanto nel destino, ma ho ancora una tremenda paura di lui. A volte invidio il silenzio perché per trovarlo, non puoi chiamarlo, né scrivergli, ma devi solo pensarlo. Buona Settimana e Buona Fortuna.
Viga